Sarde a Beccafico.

Ingredienti x 4 persone:

  • 1 Kg di sarde.
  • 150 g di pangrattato.
  • 3 cucchiai pecorino grattugiato.
  • 2 acciughe.
  • prezzemolo.
  • 30 g di pinoli.
  • 50 g di uva passa.
  • 2 limoni.
  • zucchero.
  • olio d’oliva.
  • alloro.
  • sale.
  • pepe.
  • fettine d’arancia o di limone.

   1.  Procedimento per preparare le sarde a beccafico:

Per prima cosa pulire le sarde togliendo la pinna dorsale, la testa, le interiora e la lisca interna. 
Aprire le sarde a libro e sciacquarle sotto l’acqua. 

Tenere le sarde da parte.

    2.  Per preparare il ripieno delle    sarde a beccafico:

prendere una padella dal fondo largo, versare un filo d’olio d’oliva e tostarci il pangrattato.

Quando il pangrattato sarà tostato, metterlo in una ciotola ed utilizzare la padella per scaldare l’olio, dopo di che, sciogliervi le acciughe ed aggiunge i pinoli e l’uva passa precedentemente fatta rinvenire in acqua calda.
A questo punto, togliere il tutto dal fuoco, aggiungervi il pangrattato tostato e mescolare tutto.
Aggiungere anche il pecorino grattugiato e il trito di prezzemolo fresco.
Prendere le sarde, aggiungere del sale e disporre un cucchiaino di condimento al centro per poi arrotolarle.
Disporre le sarde in una teglia unta d’olio d’oliva alternandole con una foglia di alloro ed una fettina di limone oppure di arancia.
Quando tutto le sarde saranno arrotolate e disposte nella teglia, irrorare con il succo di un limone al quale sarà stato aggiunto un pochino di zucchero.

Cospargere nuovamente con del pangrattato tostato ed ancora un pizzico di zucchero.
Infornare le sarde a beccafico in forno preriscaldato a 200 Gradi centigradi per 15/20 minuti.
Una volta cotte, servire le sarde a beccafico tiepide oppure fredde.

La leggenda dei giganti: Mata e Grifone. -Messina 

Una delle tappe affrontate durante il mio “tour siciliano” è stata Messina.Proprio in questa splendida località ho potuto osservare i famosi Giganti di Messina, rappresentanti solitamente come una donna bianca di nome Mata e un guerriero nero di nome Grifone, due fantocci molto alti di cartapesta che vengono portati a spalla o trainati, danzando al ritmo di tamburi, per le vie di Messina, in occasione di festività cattoliche molto belle e suggestive. 

I giganti sono identificati nei leggendari fondatori della città di Messina e da questo deriva la loro importanza nella tradizione folcloristica.

La più attendibile storia sulla nascita dei Giganti è però legata ad un fatto storico realmente accaduto nel 1190. 

In tale anno, Riccardo I Re d’Inghilterra, più comunemente conosciuto con il nome di Riccardo Cuor di Leone, giunse a Messina da dove avrebbe dovuto muovere la Terza crociata che era stata indetta da papa Gregorio VIII per liberare dai musulmani il Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Durante la permanenza in città il monarca si accorse però che i messinesi erano privi della libertà perché ancora oppressi e sottomessi dai greci-bizantini. 

Essi infatti si erano impossessati di tutte le cariche politiche, civili ed amministrative gestendo la giustizia a loro piacimento con provvedimenti che non tutelavano per nulla il popolo messinese ed inappellabili da chiunque, emanati dalla sicura fortezza di San Salvatore, strategicamente posta all’imbocco del porto. Il Re d’Inghilterra, non volendo usare la forza per soggiogarli, pensò di dimostrare la sua potenza facendo costruire sul colle di Roccaguelfonia, situato proprio di fronte alla fortezza, un imponente castello, che prima ancora della sua inaugurazione, venne battezzato dal popolo col nome di Matagriffon coniando Mata, da Macta (ammazza) e, Griffon da Grifone (ladro). 

I greci bizantini dimostrarono di aver inteso il messaggio, abbandonando per sempre la città, così che il popolo messinese potesse riacquistare la tanto sospirata e agognata libertà.

Per festeggiare l’evento e tramandare la storia alle generazioni future, i messinesi portarono nelle più famose piazze il castello di Matagriffon in cartapesta per poi sdoppiarlo sia nel nome che con le sembianze dei fondatori della città. 

Li chiamarono “‘A Gigantissa” e “U Giganti”, ma anche Mata e Grifone. In tal modo la colossale coppia divenne l’emblema della loro libertà e l’omaggio agli antichi fondatori. Ai Colossi, rappresentati su due cavalli finemente addobbati, venne nel tempo accostato un finto cammello che veniva bruciato nelle piazze al termine delle feste di metà agosto, per simboleggiare la sconfitta degli empi dominatori saraceni scacciati nel 1060 dalla città dal Conte Ruggero I il Normanno. I Giganti, quali simbolo di libertà, vennero ben presto adottati in molte città siciliane e da alcune della fascia costiera tirrenica ed aspromontana della Calabria che, come Messina, avevano profondamente subito le devastazioni saracene e turche.

La pasta alla Norma.

Ingredienti x 4 persone:

  • 500 g di pomodori pelati.
  • 400g di maccheroni.
  • 200 g di ricotta salata.
  • 2 melanzane medie.
  • 2 spicchi d’aglio.
  • 11 foglie di basilico.
  • olio extra vergine di oliva.
  • sale.
  • pepe.

Preparazione:
Lavare e sbucciare le melanzane, quindi tagliarle a fette sottili (circa di 4 mm di spessore in senso verticale), porle in un colapasta cospargendole, strato per strato, di sale grosso, poi coprirle con un piatto e sistemare al di sopra di esse un peso: lasciarle spurgare così per almeno 2 ore.
Intanto preparare la salsa di pomodoro in un tegame facendo dorare l’aglio nell’olio. 

Aggiungere quindi i pomodori pelati e far cuocere il tutto, a fuoco lento per circa 30 minuti.

Passare al setaccio e rimettere tutto sul fuoco per far addensare; una volta spento il fuoco, aggiungere metà delle foglie di basilico fresco. 

Sciacquare le melanzane sotto l’acqua corrente, asciugarle per bene con un canovaccio pulito e quindi friggerle in olio di oliva ben caldo ma non bollente, fino a dorarle.
Trasferire le melanzane su della carta assorbente da cucina per eliminare l’olio in eccesso. 

Mettere quindi a lessare la pasta in abbondante acqua salata e grattugiare la ricotta salata in modo grossolano, mettendola da parte.

Mentre la pasta cuoce, tagliare a listerelle le melanzane fritte e trasferirle in una padella assieme a qualche cucchiaio di sugo di pomodoro. 

Quando la pasta sarà al dente, scolarla ed unirla al condimento in padella; far saltare per un minuto circa e infine servire la pasta ricoprendola con il restante sugo di pomodoro, qualche fetta di melanzana intera, della ricotta salata grattugiata, e le restanti foglie di basilico fresco.

Le rovine di Tindari.

I resti archeologici di Tindari, sono raccolti e conservati poco lontano dallo splendido santuario della Madonna Nera.

I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964 dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 1993, 1996 e 1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici. 

Sono stati rinvenuti mosaici, sculture e ceramiche, conservati in parte presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale di Palermo.

Uno dei decumani rinvenuti nello scavo, quello superiore doveva essere la strada principale della città: infatti costeggia da un lato il teatro, situato più a monte e scavato nelle pendici dell’altura, e all’altra estremità sfocia nell’agorà, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l’acropoli.


L’isola di Vulcano.

Vulcano (chiamato “Vurcanu” in dialetto siciliano e “iddu” cioè lui, dagli abitanti) è un’isola italiana appartenente all’arcipelago delle isole Eolie, in Sicilia.

Nell’antichità venne chiamata Therasia (Θηρασία), poi Hiera (Ἱερά), perché sacra al dio Vulcano, da dove poi il suo nome attuale.

L’isola di Lipari.

Lipari è un’isola italiana appartenente all’arcipelago delle isole Eolie, in Sicilia.È parte del comune di Lipari assieme alle altre isole Eolie (Lipari, Vulcano, Panarea, Stromboli, Filicudi e Alicudi), eccetto l’isola di Salina, il cui territorio è suddiviso nei tre comuni di Santa Marina Salina, Malfa e Leni. 

In antichità quest’isola era già nota col nome di Lipara (Λιπάρα) che deriva in greco antico da λιπαρός che significa brillante, ricco e fertile, caratteristiche proprie di quest’isola.

Il santuario di Tindari.

Il santuario di Tindari o santuario della Madonna Nera si trova a Tindari, frazione di Patti, in provincia di Messina. Sorge sulla sommità del colle omonimo e domina i laghetti di Marinello, inseriti e protetti nella riserva naturale che porta il medesimo nome.

L’edificio attuale ricopre l’area ove è documentata la primitiva fortezza conosciuta anche come castello di Tindari. 

L’ipotesi dell’esistenza di questa fortezza è supportata dalla presenza di merli e coronature sulla struttura del santuario, riconducibili a preesistenti edifici ( fortezze e castelli ) che ormai in disuso, lasciavano spazio a luoghi di culto e preghiera.

Resta il fatto che questo santuario oltre ad essere luogo di culto religioso, è uno spettacolo per gli occhi, proprio per le sua ricchezza di dettagli all’esterno e i suoi mosaici e statue religiose all’interno, in cui capeggia però l’altare, dove è presente la statua della Madonna Nera. 

I laghetti di Marinello:


Il santuario visto dai piedi del colle:


Il santuario visto dall’esterno:


L’interno del santuario:


Lungo la strada verso il santuario:

Le meraviglie di Patti Marina.

Quando una fotografia è meglio di qualsiasi parola..

Ecco alcune meraviglie paesaggistiche di cui ho potuto godere durante le numerose passeggiate, lungo le bellissime spiagge di Patti Marina, in cui adoro passare il mio tempo quando mi reco in vacanza in questo paesino, così semplice ma capace di regalare grandi emozioni.



Patti Marina.

Nato come borgo marinaro in passato, famoso per le attività legate alla pesca e alla produzione di ceramiche, grazie anche alla presenza di diverse fornaci sul territorio, oggi Patti Marina è completamente integrata nel tessuto urbano cittadino, in cui sono presenti invece le più disparate attività lavorative.Questo paesino è caratterizzato da un suggestivo lungomare e ampie spiagge molto frequentate dai turisti soprattutto nei mesi estivi.


  • Una foto d’epoca:

  • Una delle antiche fornaci, ormai in disuso:

Messina.

La splendida città di Messina, viene anche detta “porta della Sicilia” e anticamente era conosciuta con i nomi di Zancle e Messana, sorge nei pressi dell’estrema punta nordorientale della Sicilia (Capo Peloro) sullo stretto che porta il medesimo nome.

Messina ha raggiunto l’apice della sua grandezza e sfarzo, fra il tardo medioevo e la metà del XVII secolo quando contendeva con Palermo il ruolo di capitale siciliana.

Venne messa a ferro e fuoco nel 1678 dopo una storica rivolta antispagnola che comportò l’annientamento della sua classe dirigente, fu purtroppo anche gravemente danneggiata da un terremoto nel 1783. 

Inoltre venne assediata nel 1848, durante una sommossa contro Ferdinando II di Borbone, subendo ulteriori gravi danni. Nel 1908 un disastroso terremoto di enormi proporzioni, distrusse la città quasi per intero, provocando la morte di circa metà della popolazione cittadina.

La forza e la determinazione della popolazione fece si che Messina, fosse ricostruita a partire dal 1912, la città moderna si presenta come uno schema ordinato e regolare con vie ampie e rettilinee in direzione nord-sud. Negli ultimi anni, sono in corso progetti mirati alla riqualificazione della città attraverso opere come il “waterfront” e una nuova sede per la stazione ferroviaria, che miglioreranno ulteriormente la vita di turisti, ma soprattutto dei suoi amati abitanti.

La piazza principale e alcune bellezze della città: