La chiesa di Santa Maria Incoronata.

Tra Corso Garibaldi e via Marsala a Milano si trova la chiesa di Santa Maria Incoronata.

E’ un raro e splendido esempio di “chiesa doppia”, infatti sul sagrato della chiesa si ammirano e distinguono due edifici speculari, identici anche se costruiti in tempi diversi.

Due i portali e i portoni d’ingresso, due le navate all’interno, divise da un colonnato.

La storia racconta che fu la moglie di Francesco Sforza, Duca di Milano, Bianca Maria Visconti, Signora di Cremona, che volle far erigere una chiesa uguale e vicino alla prima, a prova dell’eterno amore per il marito.

 

L’esterno della chiesa:

 

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L’interno della chiesa:

 

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Il Rito della Nivola.

Nel Duomo di Milano è conservata una delle reliquie più importanti della cristianità: uno dei chiodi della Croce di Cristo.
Il Santo Chiodo, prima di essere trasportato all’interno del Duomo nel 1461, era conservato presso la Basilica di Santa Tecla e oggi è custodito in un reliquiario posto nel semi-catino absidale, in corrispondenza dell’Altare Maggiore nel Duomo di Milano.

Per celebrare la presenza della preziosa reliquia all’interno del Duomo, in memoria della processione fatta da san Carlo Borromeo durante la peste del 1577, si svolge il rito della Nivola.
La struttura, a forma di nuvola, ideata nel XVII secolo e decorata in cartapesta con angeli e nuvole, viene sollevata da una argano fino a 40 metri d’altezza per permettere all’Arcivescovo di portare a terra, accessibile allo sguardo dei fedeli, il Santo Chiodo.

La reliquia rimane a terra per 40 ore, al termine delle quali il Chiodo viene riportato nella sua sede dove viene conservato fino all’anno successivo, sempre segnalato ai visitatori del Duomo grazie ad una luce rossa, accesa ad indicare la posizione del tabernacolo.
Un rito di enorme fascino che, a distanza di quasi cinque secoli, non cessa di stupire, incantando fedeli e visitatori di ogni parte del mondo che giungono per assistere a questa antica tradizione.

Originariamente, il rito veniva celebrato a maggio per la festa dell’Invenzione della Croce e prevedeva anche una processione che dal Duomo conduceva alla chiesa del Santo Sepolcro, situata nell’omonima piazza.
La tradizione subì diverse modifiche in seguito alle restrizioni asburgiche e napoleoniche e quando nel XX secolo il rito fu ripristinato a seguito del complesso e lungo lavoro di consolidamento del Tiburio, fu scelta per la celebrazione il giorno dell’Esaltazione della Croce, ricordata in Duomo il sabato che precede il 14 di settembre.

 

Il serpente di bronzo della Basilica di Sant’Ambrogio.

Accanto al terzo pilastro, su una delle colonne romane con capitello corinzio fatta di granito d’Elba, situata a sinistra della navata centrale della Basilica di Sant’Ambrogio, è presente un serpente nero di bronzo.

Il serpente è raffigurato in posizione semi-eretta, dove la testa è eretta mentre il resto del corpo scende verso il basso per poi risalire formando un cerchio, scendere di nuovo verso il basso per poi innalzarsi e terminare con la coda alzata.

Si narra che il serpente di bronzo sia stato forgiato da Mosè mentre si trovava nel deserto, per difendere dall’attacco dei serpenti il suo accampamento.

Se qualcuno, nell’accampamento, fosse stato morso da un serpente, affinché potesse salvarsi, doveva guardare la statua di bronzo.

Alcuni storici ritengono che la statua rappresenti proprio Nehustan il serpente di Mosè (infatti la tradizione biblica riferisce che quando lo stesso Mosè gettò a terra il suo bastone, davanti ai sacerdoti egizi, questo si trasformò in un serpente).

 
Una volta collocato nella Basilica di Sant’Ambrogio il serpente divenne oggetto di superstizione e culto.

Gli furono attribuite proprietà taumaturgiche da parte della cittadinanza che si recava presso la statua per toccarla e ottenere guarigioni.

Si credeva infatti, che il rettile avesse il potere di guarire dalle malattie intestinali, proprio per questo molte donne portavano con sé i bambini malati per farli guarire, anche se questo culto si diffondeva anche e soprattutto tra gli adulti.

Si temeva inoltre, che quando fosse giunto il giorno del Giudizio, il serpente di bronzo si sarebbe “animato”, avrebbe “fischiato” e sarebbe sceso dalla colonna per tornare nel luogo in cui Mosè lo creò, ossia nella valle di Josafat.

Nel 1566 Carlo Borromeo vietò il culto del serpente considerandolo esclusivamente mera superstizione.

L’etimologia del nome “Milano”.

Diverse sono le ipotesi sull’origine del nome “Milano”, alcune celtiche, altre latine:
1. Celtica: “Medhelan”   “luogo di perfezione” della Dea Belisame.
2. Celtica: “Medhelan” “medhe = centro” – “lanon = santuario”.
3. Latina: “Mediolanum”  “medium = semi” – “lanum = lanuta”.
4. Latina: “Mediolanum”  “medium = in mezzo” – “planum = piano”.
5. Latina: “Mediolanum”   “Mediolano” latinizzazione di parola celtica “centro (politico o religioso) del territorio”.
Inoltre è presente una particolare versione sull’origine del nome che può essere ricondotto a “Milano”:
MESIOLANO: di cui è presente un graffito in lingua celtico – leponzia o insubrica e caratteri nord – etruschi, rinvenuto in Via San Vito 7 lungo il tracciato delle mura romane a Milano.
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Le lettere K, T e P sono scritte in maiuscolo, perché il Lepontico non distingueva tra occlusiva sorda e sonora, per cui la lettera K può rappresentare “k” o “g”, la P può rappresentare “p” o “b” e la T può rappresentare “t” o “d”.

Il respingente ferroviario di corso sempione.

All’inizio di Corso Sempione, all’angolo di via Moscati, si può notare un respingente ferroviario in mezzo a uno spartitraffico erboso.
Il termine respingente, definisce quel particolare organo meccanico che serve ad assorbire gli impatti e mantenere la corretta distanza tra i rotabili ferroviari e tranviari agganciati tra loro o ad una locomotiva.
Sicuramente molto strano, se si considera che in questa zona non ci sono treni, rotaie o ferrovie.
La risposta è da ricercarsi nella storia di Milano, che ci rivela che un tempo in quella zona sorgeva una stazione ferroviaria che univa Milano a Gallarate.

I “ghisa” milanesi.

I ghisa a Milano sono gli agenti della Polizia Municipale, cioè come vengono definiti da tutti, i vigili urbani.

Dalle ricerche fatte è emerso che sarebbero almeno tre le diverse etimologie proposte dagli studiosi del dialetto milanese sul perché vengano definiti “ghisa”.

La prima causa è da ricercarsi nella forma del cappello della prima uniforme (che ricorda il tubo di una stufa);

la seconda dal colore del cappello della prima uniforme (che ricorda quello delle stufe in ghisa);

infine la terza dal materiale del cappello della prima uniforme (che sarebbe stato proprio in ghisa).

Ma secondo il recente “Dizionario della Lingua italiana” di Sabatini e Coletti, questa voce milanese è stata forgiata con allusione alla forma particolare del cappello che può ricordare, quindi si accorderebbe alla prima delle tre ipotesi.

L’etimologia del nome della città di Milano.

E’ a tutti noto il fatto che il nome “Milano” derivi dal latino “Mediolanum”, ma sulla vera origine del nome latino vi sono diverse ipotesi: secondo l’interpretazione più diffusa deve essere attribuita alla parola celtica “Midland” che significa terra di mezzo, ma potrebbe anche derivare dai due termini gaelici “met” e  “leun” cioè “in mezzo alla pianura”.

Esistono però altre interpretazioni, meno scientifiche e più bizzarre: una, lega il nome a un antico bassorilievo rappresentante una “scrofa mediolanuta” con il dorso ricoperto di lana, raffigurato proprio su una delle colonne nel Palazzo della Ragione in via Mercanti a Milano.

La leggenda di via Laghetto.

Si narra che in Via Laghetto al numero 2, abitasse una strega di nome Arima.

Sembra che Arima, di notte, organizzasse feste e banchetti, preparasse pozioni magiche e sortilegi, ballasse sui tetti insieme alle sue seguaci e sempre con loro, volasse fino in Piazza Vetra.

La gente dell’epoca si teneva ben lontana da questi strani luoghi indicandoli spesso come i luoghi infestati dal male e dall’occulto laddove invece regnava solo miseria e povertà.

Infatti, quando a Milano arrivò il morbo della peste, la città fu messa in ginocchio, poiché la malattia dilagava velocemente ma, con sorpresa di tutti, nella zona di Via Laghetto nessuno, né uomo né donna, si ammalava mai.

Non esistendo una spiegazione apparente, la popolazione iniziò a pensare che la malattia venisse tenuta lontana dai sortilegi e dalle magie delle streghe che ci abitavano.

La verità, invece è che in quella zona esisteva la piccola Darsena, un laghetto appunto, dove arrivavano i barconi pieni di blocchi di marmo.

Questo materiale veniva scaricato, tagliato e trasportato fino al Duomo di Milano, in costruzione.

Pare che la polvere di marmo depositandosi ovunque ma soprattutto sulla pelle degli abitanti del quartiere, li rendesse immuni dall’attacco delle pulci che, ai tempi, rappresentavano il veicolo principale per la trasmissione della malattia.

 

Vini e liquori a Milano.

Le prime tracce di viticoltura e produzione vinicola risalgono all’epoca romana, infatti i ritrovamenti archeologici e le rappresentazioni artistiche suggerirebbero una importante diffusione di tale attività sotto l’impero di Diocleziano, in cui Milano fu promossa come sede imperiale.

Un documento risalente al 918 testimonierebbe invece già la presenza di vigneti nella zona di San Colombano al Lambro.

Testimonianze più recenti sono quelle del senatore Carlo Verri, in cui si descrive la produzione vinicola tra le aree di Magenta e Busto Garolfo, nonché la già citata San Colombano al Lambro.

Ad ogni modo, nell’Alto Milanese, prima della bonifica Villoresi e fino alla fine del XIX secolo, la viticoltura era una delle attività agricole preminenti, infatti sono molti i vecchi torchi per l’uva ancora sparsi per la provincia di Milano.

Il vin nostran (vino nostrano) non era comunque sufficiente per soddisfare i consumi milanesi e si ricorreva all’importazione, sia dalla regione sia da quelle vicine, specialmente Piemonte e Veneto.

Nelle osterie per accompagnare il consumo di vino, si servivano ovviamente portate fredde come salumi e formaggi, ma venivano serviti anche piatti caldi, in particolare la trippa, tipico piatto meneghino.

La viticoltura nel milanese rimase un’attività diffusa fino alla seconda metà del XIX secolo, quando da un lato l’arrivo della fillossera (insetto della vite), dall’altro la possibilità di colture più remunerative nell’area (su tutte la bachicoltura per la produzione di seta) causarono un progressivo abbandono di gran parte delle aree dedite all’uva da vino.

Attualmente l’unica zona dedita alla produzione di vini in provincia di Milano è l’area compresa tra San Colombano al Lambro e Sant’Angelo Lodigiano.

 

Piatti tipici milanesi.

Una breve lista dei piatti tipici della cucina milanese, passando da quelli più semplici a quelli con preparazione decisamente più complessa.

Nome del piatto in dialetto – Traduzione in lingua italiana.

  • Bertoldatorta con farina di granturco.
  • Büseca – trippa.
  • Cassöla – verze e cotiche.
  • Col e magun – colli e bargigli di pollo lessati.
  • Cotulèta – fesa di vitello impanata e fritta con il burro.
  • Crustin negà – involtini di vitello burro e salvia.
  • Custulèta – nodino di vitello impanato e fritto con il burro.
  • Less e mostarda – Carne lessa e mostarda.
  • Less e salsa verda – Carne lessa e salsa verde.
  • Minestra de fasö – minestra e fagioli.
  • Öff in chereghin – uova al tegamino.
  • Öff in ciàpa – uova sode.
  • Oss büs – ossi buchi con contorno di risotto.
  • Pan de mej – pane di farina di granturco.
  • Panetun – panettone.
  • Pan Mejin – pane dolce di farina di granturco.
  • Pulenta e gurgunsöla – polenta e gorgonzola.
  • Pulenta e merlüss – polenta e merluzzo (tipico piatto del venerdì nella storia managhina).
  • Risott in cagnun – risotto con soffritto di cipolle e pancetta.
  • Risott giald – riso con lo zafferano.