Il Circolo dell’Unione a Milano.

Il Circolo dell’unione fu fondato il 28 maggio 1841 da un gruppo di aristocratici milanesi, guidati dal Principe Luigi Barbiano di Belgioioso d’Este (che sarà anche il primo presidente del sodalizio) e da Giovanni Resta, che erano entrambi frequentatori del parigino Jockey Club ed intendevano fondare a Milano un circolo simile.

Il gruppetto di nobili milanesi fondatori del circolo era costituito da cospiratori spediti in esilio e rientrati a Milano dopo l’amnistia concessa da Ferdinando I d’Austria nel 1838.

La prima sede del circolo fu in contrada San Giuseppe presso la Casa Morandet (oggi Via Verdi 7).

Nel 1912 il circolo assunse la denominazione “Club dell’Unione”.

Nel 1935, la denominazione venne mutata in quella attuale di “Circolo dell’Unione”.

Negli anni ’80 del XX secolo il Circolo spostò la propria sede in Via Manzoni 45, presso il Palazzo Borromeo dove si trova ancora oggi.

Il Circolo raggruppa anche ai giorni odierni, prevalentemente le grandi famiglie della nobiltà milanese.

Attualmente conta 644 soci, tutti uomini.

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Via Manzoni.

Prima di essere intitolata al romanziere milanese Manzoni, questa via era chiamata “Corsia del Giardino” e nell’Ottocento era considerata la strada più lussuosa d’Europa.

Un ricordo di quell’eleganza ha resistito fino ai giorni nostri, infatti Via Manzoni parte dal Teatro alla Scala di Milano con accanto Palazzo Marino e arriva fino ai Giardini di Porta Venezia.

Lungo la strada è possibile trovare il Grand Hotel et de Milandove morì Giuseppe Verdi e dove ancora oggi è possibile prenotare la Camera di Luchino Visconti.

Proseguendo, al numero 12 si può ammirare il vessillo del Poldi Pezzoli, una delle più belle case museo della città di Milano: all’interno cela opere del Botticelli, Raffaello, Piero della Francesca, Canaletto e il famoso ritratto femminile “La Dama” del Pollaiolo.

 

1.jpg     La Dama del Pollaiolo al Museo Poldi Pezzoli.

 

In via Manzoni al numero 45, si trova anche il Circolo dell’Unione, dove è praticamente impossibile accedere se non si è discendenti di qualche sovrano o famiglia importante di Milano.

6 leggende meneghine.

  1. Si dice che baciarsi sul ponte delle sirene al parco Sempione eviti per sempre i tradimenti.
  2. Si dice che se si passa tra i leoni all’ingresso dell’Università Bocconi di Milano, non ci si laureerà mai più. I più superstiziosi evitano di passarci anche dopo essersi laureati.
  3. Si dice che se nella Galleria Vittorio Emanuele si schiacciano le palle del toro e si fanno tre giri su se stessi si avrà molta fortuna.
  4. Si dice che il Parco Vetra, sia di notte infestato dai fantasmi, in particolare delle ultime streghe bruciate davanti al parco delle basiliche.
  5. Si dice che il centro di Milano sia di origine celtica: si trovava tra piazza Meda e piazza della Scala.
  6. Si dice che ci sia un palazzo in via San Gregorio dove a inizio Novecento ha avuto luogo una tragedia terribile. Una mamma avrebbe ucciso i suoi 7 bambini. Certe notti si sentirebbero ancora le loro voci.

Il fantasma di Bernarda Visconti.

Numerosi sono gli avvistamenti di fantasmi a Milano, ma quello più inquietante è forse quello di Bernardina Visconti, conosciuta anche per la sua triste e tragica morte.

Bernardina era figlia illegittima di Bernabò Visconti, il frutto di una notte di passione che egli ebbe con una cortigiana.

Bernardina era una fanciulla bellissima e sognava il vero amore, lo trovò in un cortigiano, che ricambiava i suoi sentimenti.

La fanciulla, però, era stata costretta dal padre a sposare un uomo che odiava, con cui i rapporti furono tesi fin dal giorno delle nozze.

Scoperto l’adulterio, il crudele padre la rinchiuse in una delle due torri che sorreggono le arcate di Porta Nuova a Milano e la lasciò morire di fame.

La morte sopraggiunse, secondo la leggenda dopo sette lunghi mesi di agonia, il 4 ottobre 1376.

Le due torri oggi non esistono più, ma testimonianze dicono di aver visto il fantasma di una fanciulla in abiti medievali, aggirarsi tra i cortili di Santa Radegonda e le arcate di Porta Nuova, in cerca della pace eterna.

La stregoneria a Milano.

La caccia alle streghe si aprì ufficialmente nel 1327, con la Bolla “Super illius specula” di papa Giovanni XXII con la quale venne conferita validità universale alla lotta alla stregoneria tramite l’Inquisizione.

La prima strega giustiziata a Milano in realtà era uno stregone.

Si trattava di Gaspare Grassi da Valenza che venne accusato di essere un “pubblico negromante, incantatore di demoni, uomo di eretica pravità e relapso nella abiurata eresia”.

La sua esecuzione avvenne il 16 settembre del 1385 davanti a una grande folla.

Il 26 maggio 1390 fu condannata al rogo per stregoneria Sibillia Zanni, seguita due mesi dopo da Pierina de’ Bugatis che confessò di aver partecipato al “gioco di Diana“, che si trattava di un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali, meglio conosciuto come “sabba”, in cui si celebravano riti orgiastici.

La condanna venne eseguita nel Broletto Nuovo.

Nel 1484 papa Innocenzo VIII intensificò la lotta alle streghe e fece redigere il Malleus maleficarum, il più autorevole manuale contro le streghe ad uso degli inquisitori.
Il 4 agosto 1517 vennero bruciate sette streghe giudicate colpevoli di aver provocato una terribile tempesta di pioggia su Milano.

Nel 1558 il tribunale dell’Inquisizione di Milano venne trasferito da S. Eustorgio a S.Maria delle Grazie.

Con la nomina ad arcivescovo di Carlo Borromeo, le cose non andarono meglio, infatti nel corso del primo Concilio Provinciale indetto nel 1568 da Carlo Borromeo venne approvato il decreto De magicis artibus, veneficiis divinationibusque prohibitis e il nuovo arcivescovo chiese la cattura di Domenica di Scappi, “denontiata al offitio della sanctissima Inquisitione per stria notoria”.
L’anno seguente in un processo contro 9 presunte streghe, Borromeo lottò col senato milanese per farle condannare, ma non ci riuscì.

Ma il periodo peggiore arrivò con l’insediamento di Federico Borromeo nel 1594.

Durante il suo episcopato, tra il 1595 e il 1631 a Milano furono bruciate 9 streghe e uno stregone.

Il luogo delle esecuzioni era Piazza Vetra a Milano.

Prima di essere arse sul rogo, le malcapitate venivano torturate fino a che non confessavano i loro crimini.

Una strega confessò di aver banchettato con il diavolo: «I cibi non erano amari né tanto sgradevoli, ma proprio non avevano quel sapore naturale che sentiamo mangiando comunemente, e che infine ne seguiva disgusto e nausea».

Il 12 novembre 1641 vennero bruciate in piazza vetra Anna Maria Pamolea, padrona, e Margarita Martignona, sua serva.

Sono le ultime due streghe condannate a Milano.

Ma c’è ancora un rogo che venne fatto a Milano, infatti tra giugno e agosto del 1788 vennero bruciati nel chiostro di S. Maria delle Grazie, per volere dell’imperatore Giuseppe II, i documenti relativi all’Inquisizione di Milano, che coprivano il periodo dal 1314 al 1764.

La chiesa di Santa Maria Incoronata.

Tra Corso Garibaldi e via Marsala a Milano si trova la chiesa di Santa Maria Incoronata.

E’ un raro e splendido esempio di “chiesa doppia”, infatti sul sagrato della chiesa si ammirano e distinguono due edifici speculari, identici anche se costruiti in tempi diversi.

Due i portali e i portoni d’ingresso, due le navate all’interno, divise da un colonnato.

La storia racconta che fu la moglie di Francesco Sforza, Duca di Milano, Bianca Maria Visconti, Signora di Cremona, che volle far erigere una chiesa uguale e vicino alla prima, a prova dell’eterno amore per il marito.

 

L’esterno della chiesa:

 

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L’interno della chiesa:

 

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Il Rito della Nivola.

Nel Duomo di Milano è conservata una delle reliquie più importanti della cristianità: uno dei chiodi della Croce di Cristo.
Il Santo Chiodo, prima di essere trasportato all’interno del Duomo nel 1461, era conservato presso la Basilica di Santa Tecla e oggi è custodito in un reliquiario posto nel semi-catino absidale, in corrispondenza dell’Altare Maggiore nel Duomo di Milano.

Per celebrare la presenza della preziosa reliquia all’interno del Duomo, in memoria della processione fatta da san Carlo Borromeo durante la peste del 1577, si svolge il rito della Nivola.
La struttura, a forma di nuvola, ideata nel XVII secolo e decorata in cartapesta con angeli e nuvole, viene sollevata da una argano fino a 40 metri d’altezza per permettere all’Arcivescovo di portare a terra, accessibile allo sguardo dei fedeli, il Santo Chiodo.

La reliquia rimane a terra per 40 ore, al termine delle quali il Chiodo viene riportato nella sua sede dove viene conservato fino all’anno successivo, sempre segnalato ai visitatori del Duomo grazie ad una luce rossa, accesa ad indicare la posizione del tabernacolo.
Un rito di enorme fascino che, a distanza di quasi cinque secoli, non cessa di stupire, incantando fedeli e visitatori di ogni parte del mondo che giungono per assistere a questa antica tradizione.

Originariamente, il rito veniva celebrato a maggio per la festa dell’Invenzione della Croce e prevedeva anche una processione che dal Duomo conduceva alla chiesa del Santo Sepolcro, situata nell’omonima piazza.
La tradizione subì diverse modifiche in seguito alle restrizioni asburgiche e napoleoniche e quando nel XX secolo il rito fu ripristinato a seguito del complesso e lungo lavoro di consolidamento del Tiburio, fu scelta per la celebrazione il giorno dell’Esaltazione della Croce, ricordata in Duomo il sabato che precede il 14 di settembre.

 

Il serpente di bronzo della Basilica di Sant’Ambrogio.

Accanto al terzo pilastro, su una delle colonne romane con capitello corinzio fatta di granito d’Elba, situata a sinistra della navata centrale della Basilica di Sant’Ambrogio, è presente un serpente nero di bronzo.

Il serpente è raffigurato in posizione semi-eretta, dove la testa è eretta mentre il resto del corpo scende verso il basso per poi risalire formando un cerchio, scendere di nuovo verso il basso per poi innalzarsi e terminare con la coda alzata.

Si narra che il serpente di bronzo sia stato forgiato da Mosè mentre si trovava nel deserto, per difendere dall’attacco dei serpenti il suo accampamento.

Se qualcuno, nell’accampamento, fosse stato morso da un serpente, affinché potesse salvarsi, doveva guardare la statua di bronzo.

Alcuni storici ritengono che la statua rappresenti proprio Nehustan il serpente di Mosè (infatti la tradizione biblica riferisce che quando lo stesso Mosè gettò a terra il suo bastone, davanti ai sacerdoti egizi, questo si trasformò in un serpente).

 
Una volta collocato nella Basilica di Sant’Ambrogio il serpente divenne oggetto di superstizione e culto.

Gli furono attribuite proprietà taumaturgiche da parte della cittadinanza che si recava presso la statua per toccarla e ottenere guarigioni.

Si credeva infatti, che il rettile avesse il potere di guarire dalle malattie intestinali, proprio per questo molte donne portavano con sé i bambini malati per farli guarire, anche se questo culto si diffondeva anche e soprattutto tra gli adulti.

Si temeva inoltre, che quando fosse giunto il giorno del Giudizio, il serpente di bronzo si sarebbe “animato”, avrebbe “fischiato” e sarebbe sceso dalla colonna per tornare nel luogo in cui Mosè lo creò, ossia nella valle di Josafat.

Nel 1566 Carlo Borromeo vietò il culto del serpente considerandolo esclusivamente mera superstizione.

L’etimologia del nome “Milano”.

Diverse sono le ipotesi sull’origine del nome “Milano”, alcune celtiche, altre latine:
1. Celtica: “Medhelan”   “luogo di perfezione” della Dea Belisame.
2. Celtica: “Medhelan” “medhe = centro” – “lanon = santuario”.
3. Latina: “Mediolanum”  “medium = semi” – “lanum = lanuta”.
4. Latina: “Mediolanum”  “medium = in mezzo” – “planum = piano”.
5. Latina: “Mediolanum”   “Mediolano” latinizzazione di parola celtica “centro (politico o religioso) del territorio”.
Inoltre è presente una particolare versione sull’origine del nome che può essere ricondotto a “Milano”:
MESIOLANO: di cui è presente un graffito in lingua celtico – leponzia o insubrica e caratteri nord – etruschi, rinvenuto in Via San Vito 7 lungo il tracciato delle mura romane a Milano.
scritta_mesiolano
Le lettere K, T e P sono scritte in maiuscolo, perché il Lepontico non distingueva tra occlusiva sorda e sonora, per cui la lettera K può rappresentare “k” o “g”, la P può rappresentare “p” o “b” e la T può rappresentare “t” o “d”.

Il respingente ferroviario di corso sempione.

All’inizio di Corso Sempione, all’angolo di via Moscati, si può notare un respingente ferroviario in mezzo a uno spartitraffico erboso.
Il termine respingente, definisce quel particolare organo meccanico che serve ad assorbire gli impatti e mantenere la corretta distanza tra i rotabili ferroviari e tranviari agganciati tra loro o ad una locomotiva.
Sicuramente molto strano, se si considera che in questa zona non ci sono treni, rotaie o ferrovie.
La risposta è da ricercarsi nella storia di Milano, che ci rivela che un tempo in quella zona sorgeva una stazione ferroviaria che univa Milano a Gallarate.