La Borragine.

Non esistono notizie certe sull’origine botanica della borragine officinale, né precisi riscontri scientifici sui suoi passati utilizzi.

Secondo alcuni interpreti, la pianta costituiva l’ingrediente segreto del “Nepenthes” omerico, prodigiosa bevanda in grado di donare l’oblio, mentre gli autori classici ritenevano che la sua assunzione rendesse l’uomo euforico.

Nel corso del cinquecento il botanico senese Pietro Andrea Mattioli, annotava che in antichità la specie veniva impiegata per curare malinconia e tristezza ed è noto inoltre che i Celti se ne servissero per infondere coraggio ai guerrieri prima della battaglia.

Oggi i semi di borragine sono riconosciuti come una delle migliori fonti vegetali di acidi grassi essenziali.

Le altre parti della pianta, fiori, foglie, frutti, fusto e radici, contengono sostanze tossiche per il fegato ed il loro impiego alimentare e medico è dunque sconsigliato.

L’impiego alimentare delle foglie richiede estrema moderazione.

La Marruca.

Descritta formalmente nel 1768 dal botanico scozzese Philip Miller, la marruca è un arbusto perenne, cespuglioso, con rami dotati di spine pungenti, rigide, acutissime e ineguali, la più lunga diritta, la più breve ricurva.

I frutti hanno forma di disco e sapore di mela essiccata.

I reperti fossili indicano Europa meridionale e Asia occidentale come zone d’origine della specie, che poi si diffuse naturalizzandosi in altre regioni, tra cui il Nord Africa, dove era utilizzata come pianta medicinale e per la realizzazione di recinzioni.

Plinio riteneva invece che la marruca provenisse da Paliurus, una località situata nei pressi del golfo di Bomba, lungo la costa libica.

La medicina tradizionale impiega i frutti di “Paliurus spina-christi” a scopo diuretico, nel trattamento di calcoli e per ridurre i livelli plasmatici di colesterolo.

Secondo studi recenti, i principi attivi della marruca possiedono anche consistenti proprietà antimicrobiche.