La leggenda della Stella di Natale.

Il Natale è una festa ricca di luci, di gioia e di allegria.

Il periodo antecedente al giorno di Natale è ideale per raccontarsi leggende o storie su questa festività così sentita e importante.

 

La leggenda della Stella di Natale.

 

La famosa “Stella di Natale” che ogni anno compare nelle case a rallegrare l’ambiente è legata alla storia di un bimbo molto piccolo.

La leggenda narra che il 25 dicembre, di un anno lontanissimo nel tempo, un bambino povero entrò in una chiesa per offrire un dono a Gesù nel giorno della sua nascita.

Il bambino sentendosi molto triste e vergognandosi per il suo regalo fatto di piccoli ramoscelli, si mise a piangere; dal suo volto cadde una lacrima che finì fra quei ramoscelli.

D’incanto la lacrima si trasformò nel fiore più rosso e bello che i suoi occhi avessero mai visto circondato da innumerevoli foglie.

Nacque così la Stella di Natale.

 

 

Con questa ultima storia natalizia, vi auguro un felice e magico Natale!

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La leggenda di Babbo Natale.

Il Natale è una festa ricca di luci, di gioia e di allegria.

Il periodo antecedente al giorno di Natale è ideale per raccontarsi leggende o storie su questa festività così sentita e importante.

La leggenda di Babbo Natale.

 

La figura di Babbo Natale fa riferimento ad un Santo della tradizione medievale: San Nicola di Mira, turco, appartenente ad una famiglia molto agiata.

Divenne Vescovo di Mira nel VI secolo d.C.

Nel 1087 le sue spoglie furono trafugate da alcuni cavalieri italiani camuffati da mercanti e trasportate a Bari, dove ancor oggi sono conservate.

In vita San Nicola regalava cibo alle famiglie povere servendosi dei camini, da qui nasce la tradizione di considerarlo un simpatico vecchietto barbuto capace di calarsi nei camini delle case per portare regali ai bambini.

Nasce la credenza che egli sia un abile artigiano capace di costruire giocattoli per tutti i bambini del mondo, che abiti nei freddi paesi del nord e che, per trasportare i tanti giocattoli, si avvalga di una slitta trainata da alcune renne, tra cui Rudolph.

Nella fantasia popolare San Nicola divenne infatti “portatore di doni“, come oggi noi tutti consideriamo Babbo Natale.

La leggenda di Rudolph: La renna dal naso rosso.

Il Natale è una festa ricca di luci, di gioia e di allegria.

Il periodo antecedente al giorno di Natale è ideale per raccontarsi leggende o storie su questa festività così sentita e importante.

 

La leggenda di Rudolph: La renna dal naso rosso.

 

Babbo Natale viene rappresentato da sempre insieme ad una renna piuttosto particolare.

La sua slitta viene trainata da nove renne di cui una dotata di un naso rosso scintillante.

Questa piccola renna, derisa dal proprio branco per colpa di questa stranezza fisica, si rivelò di grande aiuto per Babbo Natale in una fredda e nebbiosa notte di Vigilia.

Grazie al suo naso luminoso infatti illuminò la strada e Babbo Natale riuscì a consegnare i regali a tutti i bambini.

Da allora rappresenta ogni anno un validissimo aiuto nella consegna dei regali di Natale, guidando la slitta come prima renna.

 

 

La leggenda del vischio.

Il Natale è una festa ricca di luci, di gioia e di allegria.

Il periodo antecedente al giorno di Natale è ideale per raccontarsi leggende o storie su questa festività così sentita e importante.

Nei prossimi 7 giorni, cioè fino al 25 dicembre, ogni giorno verrà pubblicata una leggenda o una storia di Natale, da leggere in compagnia magari di una cioccolata calda e perché no davanti ad un camino acceso.

 

 

La leggenda del vischio.

 

Questa prima leggenda narra di un vecchio e avido mercante, che viveva in un paese tra i monti e non aveva alcun amico.

Una notte, non avendo sonno e rigirandosi nel letto senza riuscire a trovare pace, uscì di casa e vide tantissime persone in cammino.

«Fratello – gli gridarono – non vieni?». “Fratello”, a lui che non aveva fratelli ne persone care.

Era un mercante e per lui esistevano solo chi comprava e chi vendeva; non gli importava chi fossero e che cosa facessero.

Incuriosito si unì a un gruppo di vecchi e di bambini.

“Fratello, – ripeteva a se stesso– sarebbe stato bello avere tanti fratelli”, ma il suo cuore gli sussurrava che non poteva essere il fratello di nessuno.

Non lui che aveva sempre sfruttato, ingannato, tradito la povera gente.

Eppure tutti gli camminavano a fianco e gli rivolgevano sorrisi.

Giunti davanti alla Grotta di Betlemme li vedeva entrare l’uno dopo l’altro e nessuno era a mani vuote, nemmeno i più poveri; lui soltanto, che invece era ricco, non aveva alcun dono.

Arrivato alla grotta, si inginocchiò: «Signore,  – esclamò  –  ho trattato male i miei fratelli. Perdonami», e cominciò a piangere senza più smettere.

Alla prima luce dell’alba quelle lacrime, segno di un cuore nuovo, splendettero come perle, in mezzo a due foglioline.

Così nacque quello che noi tutti ancora oggi conosciamo come vischio, uno dei simboli natalizi per eccellenza.

Leggenda giapponese – Kuchisake-onna (Speciale di Halloween).

Presto sarà Halloween, festa ricca di maschere, di zucche luminose e soprattutto di grandi spaventi.

Le serate di Halloween sono l’ideale per ritirare fuori vecchie leggende e storie spaventose magari tramandate da parenti e amici, racconti che vengono modificati di generazione in generazione ma che mantengono sempre lo stesso elemento comune: la paura.

Attenzione! Il contenuto di questa leggenda potrebbe urtare la sensibilità di chi legge.

Questa storia di Halloween si intitola: Kuchisake-onna.

La leggenda viene ricondotta al periodo Heian (794-1183 d.C.) e ha come protagonista la bellissima moglie di un samurai.

Il samurai era consapevole della straordinaria bellezza della donna e temeva costantemente la sua infedeltà.

Un giorno, l’uomo scoprì che la moglie lo aveva tradito e così, in preda alla rabbia, prese la sua katana e le aprì la bocca da un orecchio all’altro.

Quando ebbe finito le chiese, ancora pieno di ira: “Ora ci sarà qualcuno che ti troverà bella?”

Lo spirito della donna è ancora nella nostra dimensione, guidata solo dal senso di vendetta.

Si dice che si aggiri nelle notti di nebbia, indossando una mascherina chirurgica bianca (che i giapponesi sono soliti portare per non contrarre malattie o per non infettare gli altri nel caso ne fossero affetti).

Esattamente come per Teke-Teke (di cui abbiamo visto la leggenda due giorni fa), le vittime preferite di Kuchisake-onna sono i maschi adolescenti.

La donna fermerà la sua vittima e gli chiederà: “Anata wa watashi ga utsukushii toomoimasu ka?” (“Pensi che io sia bella?”).

Se la risposta sarà sì, allora Kuchisake-onna si toglierà la mascherina svelando il volto mostruosamente sfregiato.

La donna insisterà, domandando nuovamente: “Sore demo?” (“E ora lo sono ancora?”).

Se la risposta a questo punto sarà no, Kuchisake-onna ucciderà la vittima tagliandole la testa.

Se invece la risposta sarà sì, estrarrà un paio di forbici affilate e taglierà la bocca della vittima rendendola simile a lei.

Leggenda giapponese – Gozu (Speciale di Halloween).

Presto sarà Halloween, festa ricca di maschere, di zucche luminose e soprattutto di grandi spaventi.

Le serate di Halloween sono l’ideale per ritirare fuori vecchie leggende e storie spaventose magari tramandate da parenti e amici, racconti che vengono modificati di generazione in generazione ma che mantengono sempre lo stesso elemento comune: la paura.

Attenzione! Il contenuto di questa leggenda potrebbe urtare la sensibilità di chi legge.

Questa storia di Halloween si intitola: Gozu.

Si narra che la storia di Testa di Mucca o Gozu sia la più spaventosa che sia mai stata scritta dal genere umano, proprio per le sue situazioni alquanto realistiche.

La leggenda di Gozu è stata scoperta in Giappone nel Diciassettesimo Secolo.

Le sue origini, tuttavia, rimangono un mistero.

Quando rinvennero le copie della storia maledetta, subito le bruciarono per evitare che Testa di Mucca mietesse altre vittime, ma secondo la leggenda alcune copie, tuttavia, si salvarono, furono fatte a pezzi e distribuite per tutto il Giappone.

Proprio perché poi la leggenda venne ritrovata e ricostruita a frammenti, non si conosce la versione integrale, ma solo una parte di essa.

La leggenda narra di un piccolo villaggio situato in mezzo al nulla.

Il villaggio venne scoperto nell’era Meiji, quando l’imperatore ordinò un censimento e i messi viaggiarono lungo tutto il paese in cerca di villaggi da registrare.

Successivamente, gli archeologi stazionarono al villaggio abbandonato e cominciarono gli scavi per cercare alcuni reperti antichi che potessero avere un interesse storico.

Quello che trovarono li fece rabbrividire dalla paura, infatti sottoterra, vi era sepolto uno scheletro umano che presentava il teschio di una mucca al posto della testa.

Le ricerche continuarono e gli studiosi scoprirono che anni prima, nel villaggio, c’era stata una tremenda carestia che costringeva gli abitanti a mangiare qualsiasi tipo di animale.

Un giorno arrivò una strana figura: un uomo con la testa di mucca.

Gli abitanti lo uccisero facendolo brutalmente a pezzi e mangiarono ogni suo centimetro di carne.

Da quel giorno, la maledizione di Testa di Mucca ha iniziato a diffondersi.

Esiste però un’altra versione di questa leggenda:

A causa della scarsa quantità di cibo che regnava al villaggio, gli abitanti non esitarono ad un certo punto a compiere persino atti di cannibalismo, pur di nutrirsi.

La vittima prescelta veniva costretta a indossare una testa di mucca in modo che questo rendesse l’atto più animalesco e meno simile a un omicidio.

Il prescelto veniva poi fatto correre e braccato come una bestia selvaggia, fino a che non veniva ucciso e divorato dagli abitanti del villaggio.

Da questo deriverebbe la maledizione di Gozu o Testa di Mucca.

Leggenda giapponese – Teke Teke (Speciale di Halloween).

Halloween è una festa ricca di maschere, di zucche luminose e soprattutto di grandi spaventi.

Le serate di Halloween sono l’ideale per ritirare fuori vecchie leggende e storie spaventose magari tramandate da parenti e amici, racconti che vengono modificati di generazione in generazione ma che mantengono sempre lo stesso elemento comune: la paura.

Nei prossimi 6 giorni, cioè fino al 31 ottobre, ogni giorno verrà pubblicata una leggenda o una storia del terrore, in attesa del giorno di Halloween!

Attenzione! Il contenuto di questa leggenda potrebbe urtare la sensibilità di chi legge.

Questa storia di Halloween si intitola: Teke Teke o Kashima Reiko.

Questa leggenda è sicuramente una delle più conosciute e spaventose di tutto il Giappone.

La storia racconta di una giovane donna giapponese, una studentessa che cadde in mezzo alle rotaie e fu tranciata a metà, all’altezza del busto dal treno in corsa che non riuscì a fermarsi in tempo.

Le varianti e le diverse versioni dei fatti sono molte, ma quella più famosa narra che la ragazza stava aspettando il treno alla stazione assieme ai suoi compagni di scuola, in un caldo giorno d’estate.

I ragazzi decisero di giocarle uno scherzo e le misero una cicala sulla spalla.

Alla vista dell’insetto, la giovane si spaventò a tal punto che perse l’equilibrio e finì tra le ruote dello Shinkansen, il più famoso treno ad alta velocità del Giappone.

Impiegandoci molto prima di morire e soffrendo dolori atroci nel passaggio dalla vita alla morte, la ragazza divenne uno Onryo: uno spirito negativo in cerca di vendetta, secondo il folklore nipponico.

La descrizione di Teke Teke la vede trascinarsi sulle mani e sui gomiti e lo strisciare che fa il suo torso sul terreno provoca il suono che le dà il nome: Teke-Teke o talvolta, Bata-Bata.

Si dice che Teke-Teke incontri le sue vittime di notte, la maggior parte delle volte sono giovani maschi ancora frequentanti le scuole o bambini che hanno l’abitudine di giocare all’esterno fino all’ora del crepuscolo e se non si sarà abbastanza rapidi da sfuggirle, taglierà la vittima in due parti, destinandola alla sua stessa crudele sorte.

Belloveso e la nascita della città di Milano.

Circa 600 anni prima della nascita di Gesù Cristo, viveva al di là delle Alpi, un re-pastore chiamato Ambigato.
Una sera, sul finire dell’inverno, alla luce oscillante di una torcia, Ambigato se ne stava seduto pensieroso sotto la sua tenda di pelli, in compagnia dei nipoti Belloveso e Segoveso, giovani dall’aspetto bello e forte e dai lunghi capelli color del rame.
Bevevano in silenzio, mentre la pioggia continuava impetuosa e monotona.
Ad un tratto la voce del vecchio Re ruppe il silenzio:
“Non si può vivere qui”
-disse con voce accorata.
“I pascoli scarseggiano e noi siamo in troppi. Dobbiamo cercare nuove terre per noi e nuovi pascoli per le nostre bestie. Fossi più giovane partirei io! La terra c’è. Sta a noi rifiutarla e morire, oppure cercarla e vivere.”
Ambigato tacque per un istante, poi riprese:
“Dai montanari ho sentito parlare di una terra
fertilissima dove il sole è più caldo e più vivo del nostro. Questa
terra si trova ad oriente, al di là delle grandi montagne bianche.”
A mano a mano che il vecchio parlava, gli sguardi di Belloveso e di Segoveso s’illuminavano. Il vecchio non aveva finito di parlare che i giovani già avevano deciso di partire.
Segoveso si avviò verso la Germania, Belloveso pensò di avviarsi verso le contrade d’Italia.
La voce si sparse e tre mesi dopo, al momento della partenza, molti uomini di altre tribù con le loro famiglie, si recarono all’accampamento di Ambigato per seguire i due nipoti.
Così un bel giorno, smontate le tende e abbandonate le capanne, tutto fu caricato sui carri.
Quella di Belloveso non era più una tribù, ma una vera moltitudine (circa 130 mila) di persone: uomini, donne e bambini,
pronta ad iniziare il grande viaggio verso una nuova e ricca terra.
Il viaggio non fu facile, immense difficoltà si presentarono ai viaggiatori, ritardandone la marcia: tempeste di neve, burroni profondi, picchi che sembravano inaccessibili.
Non poche volte Belloveso fu sul punto di tornare indietro.
Allora gli ritornavano in mente le parole del vecchio re-pastore
«La terra c’è. Sta a noi rifiutarla e morire, oppure cercarla e vivere».
E riprendeva coraggio, mentre nuove forze lo spingevano, con tutti i suoi, verso oriente.
Finalmente, all’alba d’una rosea mattina, ecco apparire l’immensa pianura: la Pianura Padana.
Scesi a valle, i Galli ebbero un primo scontro con i Taurini, poi combatterono e respinsero gli Etruschi, che già occupavano il centro di quel vasto territorio, quindi arrivarono nella zona che corrisponde all’odierna Provincia di Milano e precisamente in una località chiamata Agro degli Insubri.
Qui il paesaggio non era molto attraente: paludi ed acquitrini dominavano ovunque e già Belloveso stava per proseguire, quando il capo degli Equi (una delle tribù venute con lui) si fece avanti, dicendo:
“Grande Belloveso, fermiamoci qui. Il nome di questo territorio è lo stesso del paese dal quale io sono partito. Ci porterà fortuna.”
La cosa sembrò a Belloveso di buon auspicio per cui decise di fermarsi.
Così, quasi al centro della terra occupata (che si chiamava Insubria) i Galli innalzarono una rustica borgata, cui venne dato il nome di Midland (nome già usato per altre località della Gallia e che significava « in mezzo alla terra »), cioè in mezzo alla regione occupata, da cui nacque la più conosciuta città che successivamente prese il nome di Milano.

La decapitazione di S. Caterina.

Una leggenda narra che il viso di santa Caterina, dipinta da Luini mentre sta per essere decapitata sia quello  di Bianca Maria Scappardone, definita anche la “mantide di Challant”.

Bianca Maria, contessa di Challant, venne decapitata nel Rovellino del castello Sforzesco di Milano nel 1526.

La colpa era quella di essere la mandante dell’omicidio di un suo ex-amante, Ardizzino Valperga, avvenuto per mano dell’amante più recente, Pietro Cadorna.

La vicenda è decisamente intricata, infatti la leggenda narra che la contessa aveva già tentato di convincere un terzo amante, Roberto Sanseverino, ad uccidere Ardizzino ma per sua sfortuna i due erano cari amici e Roberto rifiutò immediatamente il piano della donna.

Quando Pietro Cadorna venne preso, confessò l’omicidio e accusò Bianca Maria di averlo istigato.

La contessa venne decapitata e la sua testa fu esposta nella chiesa di San Francesco, dove si dice che sembrasse viva.

Si narra infine che furono proprio le sue fattezze quelle che Bernardo Luini diede a santa Caterina nella scena della decapitazione che è possibile ammirare nella terza cappella a destra (nella parte dei fedeli) presso San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano.

La nascita dello Yoga.

Lo yoga è una disciplina estremamente amata e apprezzata da tantissimi milanesi, ma l’origine di questa pratica è piuttosto antica.La leggenda narra che un giorno il dio Shiva decise di insegnare tutti i segreti dello yoga alla sua sposa Parvati. 

Durante l’insegnamento in prossimità del dio però, si trovava un piccolo pesce che, senza farsi notare, ascoltò attentamente tutte le sagge parole che venivano dette.

Quando i due dei si accorsero della presenza del piccolo intruso era troppo tardi,  perché quest’ultimo si era già dileguato portando con sé tutto quello che aveva appreso.

Il pesciolino nuotò lontano sperimentando su di sé gli insegnamenti sacri che aveva acquisito e con il passare del tempo attraversò tutte le tappe del percorso evolutivo dello yoga e alla fine si trasformò in un uomo.

E così nacque il primo yogin della storia e grazie ad esso la scienza dello yoga fu conosciuta dall’essere umano e applicata fino ai giorni nostri.