La Pusterla dei Fabbri.

La “Pusterla dei Fabbri” era una delle porte minori (chiamate anche “pusterle”) poste sul tracciato medievale delle mura di Milano.

Situata lungo la strada di San Simone, sorgerebbe oggi al termine dell’attuale via Cesare Correnti.

La “Pusterla dei Fabbri” venne eretta nel corso del ‘300, in concomitanza con la realizzazione delle mura medievali da parte di Azzone Visconti (signore di Milano dal 1329 al 1339).

L’edificio si sviluppava su una sola arcata, sovrastata da una torre quadrangolare.

L’arcata di ingresso aveva dimensioni differenti rispetto a quella d’uscita, di modo da apparire come un imbuto, lungo addirittura più di dieci metri.

Con la demolizione del tratto di mura medievali adiacente, la “Pusterla dei Fabbri” rimasta intatta venne affiancata da diverse nuove abitazioni ricavate da edifici sorti in prossimità del Naviglio.

Le nuove costruzioni arrivarono nel corso del ‘700 a sovrastare la pusterla che però venne demolita nel corso del 1900 per motivi di ordine viabilistico.

 

 

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Modi di dire meneghini – Parte 2.

  • A trovà i parént a Milàn bisògna andà cói pée in man.

(A trovare i parenti a Milano bisogna andare con i piedi in mano.)

La gente di campagna, quando andava a trovare i parenti in città (a Milano appunto), era solita mostrare la propria generosità portando in dono il frutto del proprio lavoro, ovvero ruspanti galline trasportate per le zampe, da cui appunto il modo di dire.

 

  • I legg de Milàn dùren d’incoeu finna a dimàn.

(Le leggi di Milano durano dall’oggi al domani.)

Il proverbio nacque al tempo in cui Milano era sotto la dominazione spagnola e non passava giorno senza che il governatore emanasse una nuova ‘grida’, annunciata alla popolazione ma poi puntualmente cancellata.

 

  • Tirèmm innànz!

(Tiriamo avanti!)

La frase venne pronunciata da Antonio Sciesa prima di essere condannato a morte dagli Austriaci nel 1851 per non aver voluto confessare il nome dei compagni che cospiravano contro il governo del Regno Lombardo-Veneto.

Oggi viene usato nei confronti delle persone determinate che non si pentono delle proprie scelte e non conoscono ripensamenti.

 

  • Milàn e poeu puu.

(Milano e poi più nulla.)

I milanesi si sentono orgogliosi della loro città, luogo dove tutto è possibile, tanto da renderla unica e ineguagliabile al confronto con le altre città metropolitane.

Modi di dire meneghini – Parte 1.

  • Va’ a Bàgg a sonà l’orghén.

(Va’ a Baggio a suonare l’organo.)

E’ un invito a fare qualcosa di impossibile visto che la chiesa di S. Apollinare situata appunto a Baggio era sprovvista dell’organo e pertanto nessuno lo poteva suonare.

 

  • Offellée fà el tò mestée.

(Pasticciere, fa’ il tuo mestiere.)

Detto a chi vuole impicciarsi o mostrarsi esperto in faccende di cui non ha esperienza o che non lo riguardano. In altri termini: “a ognuno il suo”.

 

  • Andà a óff.

(Andare a scrocco.)

Risale al XIV secolo quando le imbarcazioni, che navigavano i Navigli per portare in città i marmi destinati alla costruzione del Duomo, recavano la scritta A.U.Fa. cioè Ad “Usum Fabricae”, ovvero “materiale per la fabbrica (del Duomo)”. Grazie a quella scritta erano esenti dai dazi.

Già allora vi erano dei furbi che sfruttavano la dicitura senza averne il titolo, per appunto evitare di pagare i dazi.

 

  • Restà lì cóme quéll de la maschérpa.

(Restare lì come quello del mascarpone.)

Si riferisce all’espressione sbigottita di chi rimane sorpreso da un avvenimento inaspettato.

Il detto risale alla dominazione austriaca, quando si dice che un uomo fosse solito evitare di pagare il dazio per l’importazione in città di generi alimentari nascondendoli sotto un voluminoso cilindro che indossava.

Un giorno però incontrò una bella signora, si levò il cappello in segno di galante riverenza e fece cadere a terra il mascarpone nascosto, svelando alle guardie il suo trucco.